Smart working in Italia: la guida definitiva per gli HR leader
Data ultimo aggiornamento 27 lug 2026

Complice la pandemia, oggi in azienda tutti pensano di sapere cosa sia lo smart working.
Ma ridurlo a "lavorare da casa" è un errore che continua a costare caro a chi progetta le policy: non si tratta di una questione di luogo, bensì di una filosofia manageriale che sposta la valutazione dalle ore lavorate agli obiettivi raggiunti, e che porta con sé benefici concreti (e rischi altrettanto concreti) per le persone, per l'organizzazione e per la cultura aziendale nel suo complesso.
Per chi guida le funzioni HR, la vera sfida non è più capire se adottare lo smart working, ma come renderlo sostenibile nel tempo: quali confini stabilire tra flessibilità e reperibilità, come misurare la produttività senza tornare a un controllo orario, e soprattutto come proteggere il benessere delle persone in un modello di lavoro che ha già dimostrato di poter generare isolamento e burnout se implementato senza regole chiare.
Questa guida raccoglie i dati di diffusione più aggiornati, i vantaggi documentati, i rischi meno raccontati, a partire dagli effetti sulla salute mentale, e le pratiche operative utili a chi deve progettare, gestire o rivedere un modello di lavoro agile in azienda o in un ente pubblico.

Cos'è lo smart working
Lo smart working è la modalità di lavoro subordinato che consente al dipendente di svolgere le proprie mansioni senza vincoli fissi di orario o di sede, organizzando l'attività per fasi, cicli e obiettivi anziché per ore di presenza, sulla base di un accordo scritto tra lavoratore e datore di lavoro.
In Italia è conosciuto anche come "lavoro agile" --- i due termini sono normativamente equivalenti --- ed è regolato dalla Legge 81/2017, che ne fissa i tre principi cardine: flessibilità organizzativa, volontarietà delle parti e utilizzo di strumenti tecnologici adeguati.
I vantaggi per le persone e per le aziende
Per i lavoratori
- Riduzione dei tempi e dei costi di spostamento: in media un'ora al giorno risparmiata tra andata e ritorno dal posto di lavoro, un beneficio che ha un impatto non indifferente soprattutto su chi vive lontano dalla sede di lavoro o in aree poco servite dai mezzi pubblici.
- Miglioramento del work-life balance: la possibilità di distribuire diversamente la giornata facilita la gestione di impegni familiari, appuntamenti medici o commissioni personali, riducendo il conflitto tra vita lavorativa e vita personale.
- Aumento della motivazione e della soddisfazione lavorativa: la percezione di fiducia e autonomia concessa dall'azienda si traduce, secondo le rilevazioni degli osservatori di settore, in un maggiore senso di appartenenza e in livelli di engagement più alti rispetto a chi non ha questa possibilità.
- Maggiore autonomia nella gestione del proprio tempo: potendo organizzare la giornata per obiettivi piuttosto che per orari fissi, il lavoratore guadagna margine decisionale su quando e come svolgere le proprie attività, un elemento che la ricerca associa a più alti livelli di soddisfazione professionale.
Per le aziende
- Miglioramento della produttività, stimato attorno al 15% per lavoratore: l'aumento è legato sia alla riduzione delle interruzioni tipiche dell'ambiente d'ufficio, sia alla maggiore responsabilizzazione sui risultati che il modello per obiettivi comporta.
- Riduzione dell'assenteismo, incluso quello definito "fisiologico" (piccole assenze per motivi personali o di salute non gravi): la flessibilità di orario e luogo permette spesso di gestire questi imprevisti senza dover ricorrere a un'assenza formale.
- Risparmio sui costi delle strutture fisiche: meno persone stabilmente in sede significa minori spese di energia, climatizzazione, pulizie e, per le organizzazioni che ripensano i propri spazi, la possibilità di ridurre i metri quadri affittati o di riconvertirli in aree collaborative.
- Maggiore capacità di attrazione e trattenimento dei talenti: in un mercato del lavoro in cui la flessibilità è diventata un criterio di scelta prioritario per molti candidati, offrire smart working è oggi un elemento competitivo nell'employer branding, e la sua assenza può diventare un motivo di uscita, un fattore diventato centrale nel contesto della Great Resignation.
- Miglioramento delle competenze digitali complessive dell'organizzazione: l'adozione diffusa di strumenti di collaborazione a distanza accelera l'alfabetizzazione digitale di manager e team, con ricadute positive anche sui processi che restano in presenza.
La definizione di legge
Lo smart working (in italiano "lavoro agile") nasce come istituto giuridico con la Legge 22 maggio 2017, n. 81. Lo scopo dichiarato dal legislatore è duplice: aiutare il lavoratore a conciliare tempi di vita e di lavoro, e favorire al contempo la crescita della sua produttività.
Tre principi cardine attraversano la legge:
- flessibilità organizzativa, nella scelta di orari e luoghi di lavoro;
- volontarietà delle parti, nessuno può essere obbligato ad aderire né penalizzato per essersi rifiutato;
- strumentazione tecnologica adeguata, che l'azienda deve mettere a disposizione per rendere possibile il lavoro fuori sede.
Un punto che gli HR leader devono avere ben presente riguarda la parità di trattamento: chi lavora in smart working ha diritto allo stesso trattamento economico e normativo di chi lavora in presenza, agli stessi percorsi di carriera, alla stessa formazione e agli stessi strumenti di welfare aziendale, buoni pasto compresi, quando previsti dal contratto collettivo.
Non è (solo) una questione di luogo
Ridurre lo smart working a "lavorare da casa" è un errore concettuale.
La definizione istituzionale, ripresa anche dall'Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano, lo descrive come una filosofia manageriale che restituisce alle persone autonomia nella scelta di spazi, orari e strumenti, in cambio di una maggiore responsabilizzazione sui risultati.
In pratica, significa spostare la valutazione della prestazione dalle ore lavorate agli obiettivi raggiunti, e costruire l'organizzazione su un rapporto di fiducia invece che su un controllo diretto e continuo.
Smart working, lavoro agile, telelavoro, remote working: la mappa dei termini
Per chi lavora nella comunicazione HR, la confusione terminologica non è un dettaglio: i quattro termini più usati -smart working, lavoro agile, telelavoro, lavoro da remoto -vengono spesso trattati come sinonimi, ma nella pratica normativa e organizzativa indicano cose diverse.
| Termine | Cosa indica | Vincoli di orario e luogo | Riferimento normativo |
| Smart working / Lavoro agile | In Italia sono normativamente equivalenti: la Legge 81/2017 non li distingue | Nessuno o minimi: si lavora per obiettivi | Legge 81/2017, Protocollo nazionale 2021 |
| Telelavoro | Forma contrattuale distinta, con una postazione fissa (tipicamente il domicilio) | Orari fissi, equivalenti a quelli d'ufficio | Accordo interconfederale 9 giugno 2004 (privato); D.P.R. 70/1999 (pubblico) |
| Lavoro da remoto/ remote working | Termine più generico, usato per indicare l'esecuzione della prestazione fuori sede | Più rigido dello smart working, in genere con luogo e orario concordati | Non ha una disciplina unitaria; dipende dal contratto |
La differenza sostanziale sta nella gestione del tempo e degli obiettivi: nello smart working l'attenzione va ai risultati, permettendo al lavoratore di organizzare il proprio tempo in funzione dei traguardi; nel lavoro da remoto resta una struttura più tradizionale, con orari definiti e un controllo più simile a quello dell'attività in presenza. Per capirci: un ruolo di customer service che deve coprire una fascia oraria precisa è più vicino al lavoro da remoto "vincolato"; un ruolo di analisi o di grafica, dove conta il risultato finale, si presta meglio a un vero smart working.
Per gli HR leader, la ricaduta pratica è questa: quando si struttura un accordo aziendale, è la sostanza (flessibilità reale di orario e luogo, valutazione per obiettivi) a determinare se ci si trova davanti a vero smart working o a una forma di remote working più rigida travestita da "lavoro agile" solo nel nome.
Quanto è diffuso lo smart working in Italia: i numeri
Dopo la crescita esplosiva della pandemia, lo smart working in Italia si è stabilizzato su un livello strutturalmente più alto rispetto al pre-Covid, con un lieve calo nel 2024 e una nuova ripresa nel 2025. Secondo l'ultima rilevazione dell'Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano, gli smart worker sono oggi circa 3,575 milioni, ma la crescita non è uniforme: aumenta nella PA e nelle grandi imprese, mentre le PMI sono in controtendenza e restano legate a una gestione più informale della flessibilità.
Il modello ormai prevalente è quello ibrido, con il full remote confinato a poche realtà di piccole dimensioni.
Il 13,8% degli occupati italiani lavora da remoto almeno un giorno al mese, quasi il triplo del 4,8% registrato nel 2019. Il confronto europeo colloca però l'Italia sotto la media Ue, con un gap ancora ampio rispetto a Paesi come Finlandia e Irlanda, un segnale di margine di crescita per le organizzazioni italiane più che di un fenomeno già maturo.
Il fenomeno resta fortemente selettivo: è più diffuso tra i laureati, nelle professioni ad alta specializzazione, nei settori dei servizi digitali e finanziari, e nelle grandi città del Centro-Nord, Milano e Roma su tutte.
Un ultimo dato guida le scelte future: tra chi oggi non lavora da remoto, il 21% dichiara di poter svolgere almeno metà delle proprie attività fuori sede con la stessa efficacia, un bacino potenziale di circa 3 milioni di nuovi smart worker.
Allo stesso tempo, la ricerca segnala un rischio da monitorare fin da subito nella progettazione delle policy: il 35% di chi lavora da remoto soffre di overworking, contro il 30% di chi lavora sempre in sede; un tema su cui torneremo nella sezione dedicata ai rischi.
I numeri chiave
- 3,57 milioni di smart worker in Italia nel 2025 (+0,6% rispetto al 2024), secondo l'Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano.
- 53% del personale delle grandi imprese lavora almeno in parte da remoto; solo l'8% nelle PMI.
- 21% dei lavoratori non da remoto potrebbe svolgere così almeno metà delle proprie attività: un bacino potenziale di 3 milioni di nuovi smart worker.
- 13,8% degli occupati italiani ha lavorato da remoto almeno un giorno nel 2023 (dato Istat), contro il 4,8% del 2019.
- 5,9% l'Italia sul lavoro "abituale" da remoto, contro una media Ue del 9,1% (Eurostat/Istat 2023).
- 60,2% e 43,7%: le quote di smart worker nei settori dei servizi di informazione/comunicazione e delle attività finanziarie/assicurative, i più coinvolti in Italia.
- 35% dei white collar da remoto soffre di overworking, contro il 30% di chi lavora sempre in sede.
- L'attività associata allo smart working è stata stimata attorno al 15% per lavoratore.
I rischi meno raccontati: solitudine, salute mentale, burnout
Un'ampia ricerca condotta su oltre 568.000 lavoratori statunitensi ha confrontato le esperienze lavorative nel periodo pre-pandemico (2011-2019) con quelle successive alla fase acuta della pandemia (2022-2024). I risultati indicano che chi ha occupazioni compatibili con il lavoro da remoto ha sperimentato un aumento significativamente maggiore di solitudine e stress psicologico rispetto a chi ha mantenuto un lavoro in presenza.

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Circa un terzo dell'aumento complessivo di malessere mentale e isolamento sociale osservato nella popolazione nel periodo considerato è attribuibile al lavoro da remoto, e chi lavora da casa ricorre a servizi di supporto psicologico con una probabilità superiore di 4,6 punti percentuali.
Il fenomeno può essere letto come la rimozione su larga scala di un'infrastruttura sociale non remunerata ma essenziale: il lavoro, oltre a produrre reddito, struttura il tempo, genera uno scopo condiviso e sostiene contatti sociali involontari, come le chiacchiere in corridoio o la pausa caffè con un collega, che nessuna interazione pianificata dopo l'orario di lavoro riesce a sostituire del tutto.
Un dato utile per calibrare le policy: l'impatto psicologico dell'isolamento è risultato particolarmente marcato tra chi vive già da solo, mentre per chi in ufficio affrontava relazioni conflittuali il lavoro da remoto ha in alcuni casi rappresentato un sollievo.
La ricerca segnala inoltre che un numero minimo di giornate garantite in presenza sembra necessario non solo per coordinare meglio i flussi di lavoro, ma anche per proteggere la salute mentale delle persone.
Il carico invisibile e il burnout da iperconnessione
Al fattore isolamento si somma un secondo rischio, più organizzativo che psicologico nella sua origine: l'espansione implicita dell'orario di lavoro. Quando la disconnessione non è governata esplicitamente, il lavoro agile può trasformarsi in una forma elegante di disponibilità totale --- la giornata lavorativa si allunga, le riunioni si moltiplicano, la reperibilità percepita diventa costante anche fuori dall'orario formale.
Il rischio, descritto efficacemente come quello dei "time-less workers", riguarda professionisti sempre più autonomi ma esposti a un logoramento che nasce proprio dall'assenza di confini temporali chiari.
La sovrapposizione tra ambiente domestico e ambiente di lavoro porta con sé anche un rischio meno discusso: quello della privacy, propria e dei familiari. Conversazioni di lavoro che avvengono in spazi condivisi con il resto della famiglia possono esporre inconsapevolmente informazioni sensibili --- dati aziendali, informazioni su colleghi, dettagli riservati --- a persone estranee al rapporto di lavoro.
Cosa significa per chi progetta le policy HR
La sintesi che la contrattazione collettiva e le linee guida più recenti stanno provando a tradurre in pratica è che il diritto alla disconnessione non sottrae tempo al lavoro, ma restituisce qualità al tempo: non esiste prevenzione senza recupero, né produttività sostenibile senza limiti. Governare lo smart working significa, in ultima analisi, governare il tempo --- perché un lavoro senza confini logora le persone anche quando, sulla carta, sembra funzionare.
Smart working e diritto alla disconnessione in Italia
Lo smart working elimina i confini fisici tra ufficio e casa, e con essi anche i segnali che normalmente marcano l'inizio e la fine della giornata lavorativa. Il rischio non è teorico: il 35% dei white collar che lavorano da remoto soffre di overworking, contro il 30% di chi lavora sempre in sede. Il diritto alla disconnessione nasce per questo, non come tutela accessoria, ma come contrappeso necessario alla flessibilità che lo smart working promette.
In Italia la tutela trova un primo riferimento nella Legge 81/2017, che impone alle parti di individuare misure organizzative e tecniche per garantire un riposo adeguato all'interno dell'accordo di lavoro agile, ed è poi codificata in modo più esplicito dalla Legge 61/2021. Oggi resta uno degli elementi che l'accordo individuale deve obbligatoriamente disciplinare, insieme a fasce di reperibilità, strumenti utilizzati e tempi di riposo.
L'applicazione, però, dipende più dalla struttura organizzativa che dalla sola previsione di legge. Nel settore privato, il 49% delle grandi organizzazioni con progetti di smart working ha già adottato misure concrete --- quasi sempre fasce orarie di non contattabilità --- mentre nel pubblico, dove il lavoro agile è regolato da linee guida più centralizzate, la quota sale al 78%. Dove esistono policy esplicite, la disconnessione si applica; dove la gestione resta informale, come accade ancora in molte PMI, il rischio di iperconnessione aumenta.
Per gli HR leader il punto centrale è che il diritto alla disconnessione non è un vincolo da subire, ma uno strumento di prevenzione: senza confini temporali chiari, l'autonomia promessa dallo smart working rischia di trasformarsi in sovraccarico permanente, con ricadute dirette su salute, produttività e turnover --- un tema su cui torniamo nella sezione dedicata ai rischi.
Il benessere dei dipendenti come leva di performance per chi lavora in smart working
Il benessere non è più un tema separato dalla performance, ma una sua precondizione. A livello globale, l'89% dei dipendenti dichiara di ottenere risultati migliori sul lavoro quando riesce a dare priorità al proprio benessere. In Italia il collegamento è riconosciuto con la stessa nettezza: l'88% delle organizzazioni afferma che un programma di benessere strutturato migliora la produttività, e l'81% dei leader lo considera determinante per il successo finanziario dell'azienda.
Per chi lavora in smart working questo legame è ancora più diretto, perché un programma di benessere ben progettato interviene esattamente sui rischi più tipici di questa modalità di lavoro: isolamento, deterioramento della salute mentale e burnout, con strumenti pensati per funzionare fuori dall'ufficio tanto quanto dentro.
Contro la solitudine, l'accesso a un'ampia rete di palestre e studi partner ricrea i contatti sociali involontari che il lavoro da remoto elimina: chi svolge attività di benessere insieme ad altri riferisce un senso di connessione nettamente più alto (65%) rispetto a chi le pratica da solo (47%).
Contro il deterioramento della salute mentale, le app di terapia integrate nella stessa piattaforma abbattono le barriere --- costo, tempo, difficoltà a prenotare --- che più spesso limitano il ricorso al supporto psicologico.
Contro il burnout, app di meditazione e sessioni con personal trainer virtuali permettono di programmare micro-pause di recupero senza uscire di casa, rendendo la disconnessione un'abitudine praticabile invece di un principio solo enunciato sulla carta.
Il beneficio si riflette anche sulla retention, priorità dichiarata dall'82% delle organizzazioni italiane per il 2026: il 79% dei leader HR italiani valuta i programmi di benessere come molto importanti per i talenti più richiesti, e il 58% riconosce che il deterioramento del benessere mentale contribuisce direttamente a costi più elevati per l'organizzazione.
Una policy di smart working ben scritta resta necessaria ma non sufficiente: va accompagnata da un programma di benessere pensato fin dall'inizio per funzionare a distanza.
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